Giro di fondo sopra i massimi sistemi

Diciamoci la verità, siamo fuori allenamento.
Possiamo ancora dare carne a qualcuno ma nel nostro intimo il tarlo del senso di colpa ci sta divorando l’anima lignea e masochista coltivata in anni di spietata lotta contro noi stessi.
Alla fine si riassume tutto nella motivazione e la domanda sorge spontanea.
Perché remiamo?

Zerocalcare direbbe: “La domanda mi devasta”. Ed è giusto che ci devasti. A questo punto starete mentalmente ripetendo a voi stessi “Perché remare è bellissimo”. Applausi dalla dott.ssa Grazia Ar****o.
“Remare è bellissimo” è un fazioso ossimoro che necessita di un accurato approfondimento tramite studi di settore. Da questi, emergono situazioni tra le più disparate e disagiate:

  • Remiamo perché ci piace la scarica di endorfine e serotonina, così siamo meno stressati e più felici.
  • Remiamo perché il fiume, il lago, sono posti meravigliosi che ci permettono di stare a contatto con la natura.
  • Remiamo perché quando sentiamo la barca andare è tutto più bello.
  • Remiamo perché ci piace quella sensazione di dolore totale a fine allenamento.
  • Remiamo perché guardaaaaa, un airone cinerino ai 1500, che meravigliaaaa.
  • Remiamo perché così stiamo fuori casa e nessuno ci rompe le balle per due ore.
  • Remiamo perché adesso gliela facciamo vedere noi, chi arriva prima al traguardo.
  • Remiamo perché alla prima lezione non avevamo capito che non era canoa.
  • Remiamo perché ci divertiamo! Anche a postare le vesciche alle mani su instagram.
  • Remiamo perché inconsciamente abbiamo bisogno che il mondo intero sappia di cosa siamo capaci (il mondo, va bene pure il pubblico della regionale di Padova).
  • Remiamo perché l’infanzia ci ha trattato male e vogliamo la rivincita.
  • Remiamo perché sull’argine passano tante gnocche / tanti manzi.
  • Remiamo perché la squadra è fortissima.
  • Remiamo perché ci avevano detto che migliorava il fisico ma dopo anni il culo è piatto e la tartaruga è ancora alle Galapagos.

Mentre i master si affannano tra orde di risposte tutte giuste e tutte sbagliate, e mentre analizziamo i risultati, tutti papabili e rispettabili nella loro apparentemente incongrua stratificazione geologica, il pensiero ritorna alla prima persona singolare e mi sforzo di trovare la componente che mi fa spingere di più all’annuncio del via.
Ecco, io credo sia la fiducia. Io remo perché ho fiducia nelle persone che sono in barca con me, anche quando sono in singolo. La certezza che non mi molleranno a metà gara, che ci metteranno tutte loro stesse mi fa spingere di gambe e tirare a oltranza fino in fondo. E in caso di morte, arriva la certezza di una morte insieme al raggiungimento di uno stremo equivalente per tutte.
Forse non è una buona motivazione, ripensandoci può risultare ostica, impegnativa, altalenante e soprattutto dipendente da fattori esterni, ma alla fine passano gli anni e insieme a qualche secondo di handicap guadagni un filo di saggezza, che ti permette di smussare un po’ gli angoli e di trovare dentro di te l’atteggiamento più adatto a quel determinato momento.
Alla fine ti ritrovi a fare i test al remoergometro nonostante la vita ti allontani per un po’ dalle gare, ti ritrovi a fare quello che puoi col tempo che hai, con la mente a volte sgombra a volte no. Poi prendi un singolo, scendi sul fiume placido e assolato per un paio d’ore, osservi la natura, l’argine, i manzi e gli aironi, e sorridi mentre tenti di rompere il fiato. Provi un 250, ne provi un altro, giusto per vedere di nascosto l’effetto che fa. Tieni pure conto del tempo, ormai hai l’abitudine di saperli, i tuoi tempi di riferimento. Non si sa mai.
Superi la canoa sottoriva con un pizzico d’invidia, ché loro sono affacciati sul futuro e tu sulla tua cervicale.
Alla fine non importa se si riassume tutto nella motivazione, o nel gorgo, o nella palata buona in mezzo a cento mediocri, o nella tua testa. Ti apri le mani, finisci la tirata e sfoggi la fatica stendendoti verso prua, nella fierezza di chi pratica uno sport d’eccezione e nella consapevolezza dell’ileopsoas scatafasciato da stiracchiare, e ritorni al pontile con una serenità diversa, mentre la tartaruga resta a godersi il sole, rigorosamente alle Galapagos.

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