La forza del singolo

Rubo senza vergogna il titolo di un film ed esco allo scoperto, un coming out in piena regola dopo anni di don’t ask, don’t tell.
Mi piace il singolo.
Mi piace la severità con cui mi tratta: schietto, onesto, risposte pesanti quando non uso i dorsali, incerte quando non entro velocemente, bastarde quando mi stanco.

A volte è sfiancante rapportarsi con lui, a volte preferirei non meritarmela, quella fatica perenne nel dialogo, quel confronto che sembra non permetta mai un momento di leggerezza.
Capita però una giornata ventosa e solitaria in cui sento, in mezzo al suo silenzio spesso indecifrabile, un gorgoglìo.
Mi volto, nel dubbio che ci sia qualcun altro a solcare il fiume sulla stessa traiettoria, e realizzo che l’unica a emettere suono è la sua prua. La mia, prua.
Una risposta nuova, breve ma intensa, già scomparsa.
Lo richiamo alla mente, lo voglio risentire, quel mistero sussurrato.
Torno con la memoria a una lezione di pianoforte in cui il mio maestro diceva che la mano non può arrivare insicura sui tasti: a prescindere dal tipo di suono voluto, la mano dev’essere “armata”, pronta in ogni sua parte, i muscoli caricati e calibrati per rispondere al meglio a ciò che chiede la testa. Il pianoforte allora rispondeva al meglio alle dolci note di un preludio in re maggiore di Rachmaninoff, ai suoi passaggi più intricati e a quelli più intensi, portandomi all’emozione dell’interpretarlo al meglio, intriso dei miei limiti, ma al meglio delle mie capacità.
Ringrazio il mio maestro a distanza di anni e tento di trasporre i suoi insegnamenti alla barca, ai remi – anche se sono certa che mi insulterebbe bonariamente per la condizione pietosa delle mani, tra calli, vesciche e un abbonamento quinquiennale alle schegge del pontile.
Drizzo la schiena, il seggiolino del pianoforte ora è mobile, stabile il ritmo del suo movimento; mentre muovo verso l’attacco e giro le pale, so che ho ancora qualche centimetro e per una volta mi sforzo di afferrarlo.
Entro in acqua: è musica il contatto coi tasti del fiume.
Il corpo armato sente la forza della leva, la accompagna in progressione, consapevole che di lì a qualche istante il singolo si muoverà di conseguenza, l’acqua ferma si incresperà in gorghi concentrici, la prua aprirà la sua scia, il finale detterà la sua nota migliore.
Non c’è più un pensiero razionale, solo una voce estemporanea che mi suggerisce di fissare un punto preciso, e per sovrastare l’onda contraria gli occhi scelgono un orizzonte più ampio, più alto del solito punto tra poppa e fiume.
Arrivo in finale e la prua raccoglie il mio sforzo, e il singolo parla di nuovo.
Vai, dice.
Inebriata da quell’unica parola, armo la palata successiva e ne esce un capolavoro pieno di imperfezioni. Vai. Il vento tira uno schiaffo alle mie buone intenzioni e sbaglio un paio di note, ma me ne infischio; il mio maestro l’ha sempre detto, che l’importante è continuare senza fermarsi.
Vai, dice.
E io e il singolo andiamo.
E suoniamo per poche palate, a due mani, un’emozione.

E quando vorrei non scendere più, da questa musica piena di sbagli e di armonie in divenire, arriva da me il pontile, la vita, il dolore alle natiche – tutta vita pure quello. Esco dalla barca che neanche la Bullock alla fine di Gravity.

Mi piace il singolo.
Ecco, l’ho detto.

3 pensieri su “La forza del singolo

  1. E mi guardo le mani,
    Con te accarezzavo le corde
    Con leggerezza ma decisione,
    Dita affusolate e polpastrelli vissuti.
    Dalle corde al remo
    Che violenza inaudita.
    Ma è musica che si ricerca in barca
    Armonia del tutto
    e nel fluire meraviglia e mistero.

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