Solstizio di una maratona

Mood del giorno: Schif Skiff, km 9 di 15.

Ma facciamo un passo indietro. Non affannatevi a cercare nel calendario remiero nazionale o internazionale, non la troverete: la Schif Skiff (o Fake Skiff, o come preferite chiamarla), è la gara inter nos inventata dal nostro allenatore per non farci rimpiangere la cancellazione delle competizioni invernali, in primis la Silver, e per farci rimpiangere tutto il resto, dal giorno in cui abbiamo deciso di fare canottaggio, a quello in cui nostra madre ci ha messo al mondo.

Per non sembrare irriconoscenti (e non metterlo nei guai con la giustizia), chiariremo che la cosa si è svolta entro i termini dipiciemme, nel consueto allenamento del sabato mattina: mascherine, distanziamento, barche singole, alla fine scrupolosa igienizzazione delle attrezzature comuni e subito tutti a casa senza doccia, per la gioia dei nostri congiunti, perché in questo periodo l’igiene delle barche viene prima della nostra – vabbé, non solo in questo periodo, ci avete scoperto.

Insomma, non che non abbiamo apprezzato il pensiero e anche lo sforzo organizzativo di offrirci uno svago e un obiettivo in questo lungo periodo di lontananza forzata e senza stimoli. L’idea in sé è stata geniale: cosa può far sentire moralmente unita una squadra di canottaggio composta da persone diversissime tra loro per età, professione, orientamento sessuale, più del rancore verso un allenatore aguzzino?
La prima testimonianza delle buone intenzioni del nostro è stata l’iscrizione, liberamente obbligatoria. Testimonianza invece del suo inguaribile ottimismo, il fatto che il percorso sia di 15 km anziché di 11, forse per non essere da meno della più famosa Silver, o forse anche per risolvere in modo radicale e definitivo il problema degli assembramenti. Veniamo rassicurati che l’importante è arrivare. Vivi.

Gettati quindi i partecipanti, alcuni iscritti anche contro la propria volontà, tutti con uno stato di allenamento infimo, su una barca seppur discreta (ma ad alcuni capiterà anche la sventura dell’8.20 o del canoino) e su un carrello che sarà la morte delle guance posteriori, arranchiamo faticosamente fino alla partenza, e già questo ci fa capire la pochezza della nostra preparazione. La giornata è magnifica, il cielo terso, il sole risplende con una convinzione forse eccessiva per la stagione; ma soprattutto, appena ci si gira per allinearci al via, bisogna prendere atto di un vento teso, leggermente laterale, che arriva a folate secche contro la schiena e strappa una bestemmia ad ogni ingresso.

Partiamo ogni 30 secondi; la strada ci sembra subito lunga, lunghissima. Cerchiamo di distogliere la mente che continua a proiettare il film interminabile di tutti quei km, con tutte quelle curve, con la regia di Lars Von Trier. Alla famosa svolta del Bassanello, a un terzo della distanza, il vento si fa impetuoso e la stabilità della barca diventa rara come quella mentale.
Se qualche km più indietro potevi ancora incolpare l’allenatore, adesso non trovi un appiglio: come ci siamo arrivati, a questo punto? Chi ce l’ha fatto fare? Cos’è capitato per ritrovarsi in mezzo a cotanta fatica? Non è uno sprint, non è una gara conosciuta: è una dannata maratona su una distanza mai provata prima.

Due km più avanti, ormai a mezzo carrello dalla disperazione, si arriva al tanto atteso giro di boa, pregustando finalmente un vento a favore. Certo, bisognerà badare a non macinare colpi a vuoto, ma vuoi mettere? Dai, ce la possiamo fare.
Ne usciremo, migliori.

Giro di boa.

Ed è qui che la barca si pianta su una corrente contraria da fiume in piena.
Perché il fiume è in piena, le sue acque apparentemente innocue nascondono mulinelli pronti a convincerti di non saper più andare avanti, di non saper più remare.
Improvvisamente ti rendi conto che non saranno semplici, gli ultimi km. Nessuno sarà lasciato indietro, andrà tutto bene, sì, ma questi maledetti li immaginavi in discesa, pregustando il saggio “odore di stalla” che fa remare la bestia più veloce.
E invece sono durissimi, i più difficili: in una gara di fondo saresti già in pulmino a cambiarti i calzettoni, alla Silver saresti su un podio immaginario tra il 476° e il 612° posto, ma saresti su un podio.
Qui no, questa è la Schif Skiff. Qui sei ancora con le chiappe sul carrello, alcuni ti superano, a te viene un crampo e la barca è costretta ad arrendersi, per infiniti secondi, alla corrente che la trascina via. Qui sei ancora con le mani aperte dalle vesciche, con la bocca assetata d’aria, in carenza di buoni pensieri.
Lo sconforto sta prendendo il sopravvento, e neanche le gonadi*, ormai allo stremo, riescono a raggiungere le proporzioni corrette per rappresentare la rottura di pale di questo momento.
Il momento più buio, il solstizio di una maratona.

Per quanto ci riguarda, potremmo finirla qui, perché è qui che siamo, quest’anno, oggi.
Allo stremo, straziati dalla stanchezza, dallo stress, dal dolore.

Ma non finirà qui, nossignore. Ci sono altri km da fare, e certo, c’è da metterci tutta l’energia possibile, tutte le forze che pensavamo di non avere, fisiche e mentali. C’è da arrivare a un traguardo, e per farlo c’è da evocare un incanto patronus come mai prima d’ora. Evochiamolo, questo pensiero buono: se abbiamo la fortuna di riconoscerlo, regaliamolo a qualcuno in difficoltà, per Natale.
E, buon Dio, ci arriveremo a questo traguardo e, anche se sarà tutto diverso, ci abbracceremo al pontile, pure con quelli che non sopportano gli abbracci.
È una minaccia e una promessa.

*Per prevenire eventuali obiezioni, la scelta del termine “gonadi” non è casuale, in quanto designa le ghiandole dell’apparato riproduttore, sia nell’uomo, sia nella donna. Questo aspetto è stato attentamente approfondito nella chat del gruppo canottaggio, ad ulteriore testimonianza di come non ci stia passando un cazzo.

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