A chi non è mai successo? Abbiamo sfiorato lo scompenso cardiaco solo per compiacere il nostro allenatore, che ci ha proposto un menu a base di 750 massimali. Ci piace tanto dire che l’abbiamo fatto per lui, ma la verità è che adoriamo autoinfliggerci questo genere di tormenti, per motivi psichici da noi a lungo analizzati e per i quali rimandiamo alla lettura di altri post.
Abbiamo poi assolto i doveri di amicizia, con lunghe chiacchiere sotto la doccia o davanti all’asciugacapelli, indugiando a lungo in attività che raramente ci possiamo concedere nella corsa quotidiana, come metterci il balsamo nei capelli o darci la crema idratante senza tralasciare un solo centimetro del nostro corpo. Ora il momento di staccarci dal ventre caldo e accogliente dello spogliatoio è arrivato, non possiamo proprio più rimandare, e siamo costrette ad uscire e andare per le strade del mondo, sulle nostre gambe ancora tremanti per lo sforzo. Tutte noi sappiamo, tuttavia, che l’ubriacatura di endorfine ci accompagnerà ancora per diverse ore, colorando di una sfumatura tutta particolare qualsiasi attività noi decidiamo di intraprendere dopo. Perciò, ecco a voi una lista dei cinque migliori modi per scaricare la fatica dopo l’allenamento al remoergometro. Fatene tesoro, sono frutto di una lunga e variegata esperienza.
5. È noto che una delle attività predilette del canottiere dopo l’allenamento è lamentarsi. Si va dall’infliggere ad amici e conoscenti la narrazione compiaciuta delle sofferenze epiche provate ripetuta dopo ripetuta, che fanno impallidire il racconto della passione di Cristo di Jacopone da Todi, fino alle foto splatter dell’acrocchio di calli e vesciche sulle mani, mostrate anche a perfetti sconosciuti o postate in modo capillare su tutti i social. Diretta conseguenza di questa abitudine è l’emarginazione sociale a cui va incontro il canottiere. Alle vittime di questa forma di esibizionismo vogliamo invece esprimere tutta la nostra solidarietà; avvertiamo però che quando ci si ferma alle mani, vi è già andata bene.
4. Alcuni sostengono che nulla sia piacevole quanto trascinarsi faticosamente a casa e svenire sul divano, abbandonandosi ad un sonno ristoratore mentre intorno scoppia la terza guerra mondiale: nel frattempo i figli organizzano una naumachia nella vasca da bagno e le mail di lavoro si affastellano una sull’altra, mentre la lavatrice ci richiama inutilmente ai nostri doveri con il suo allarme fastidiosamente carico di rimprovero. I costi umani di questa attività – o meglio, inattività – di scarico sono incommensurabili, ma il piacere che se ne trae è molto, forse proprio perché deliziosamente intriso di sensi di colpa.
3. E cosa ci può essere di meglio, dopo aver bruciato sul remoergometro un numero di calorie equivalente al fabbisogno settimanale di una coetanea “media”, che sedersi a tavola e mangiare insieme con le compagne di barca, che sono le uniche persone al mondo in grado di capire la tua fame e di trovarla normale, e con i compagni, gli unici uomini al mondo che possono continuare a trovare attraente una donna dopo averla vista affrontare un paio di 6000 massimali e un pranzo di 6 portate in trattoria?
2. Sul secondo gradino del podio troviamo le chiacchiere con le compagne di barca, in parcheggio. Appoggiate alle macchine, le borse abbandonate per terra, si può parlare anche per ore, dimenticando dolore, stanchezza e soprattutto la fame che sale lentamente ma inesorabilmente a mano a mano che lo stomaco si apre dopo i conati dell’ultimo 250. Sotto le ombre complici di alberi quasi centenari, che se avessero voce avrebbero diverse cose da raccontare, si passa agilmente dalla disamina delle reciproche situazioni sentimentali, a quella delle regolazioni delle varie barche; dalla valutazione delle potenzialità – remiere e non – dei compagni si squadra, a quella dei tempi al remoergometro, in un delirio progressivo e senza soluzione di continuità.
1. Al primo posto, una particolare attività di scarico che non è raccontabile nel dettaglio e che dobbiamo perciò lasciare alla vostra fantasia e alla vostra immaginazione; benché ogni canottiera conosca la sensazione di languore e di abbandono da cui si viene afferrate dopo un allenamento particolarmente intenso. Il corpo, completamente rilassato ma ancora dolorante restituisce ogni sensazione un po’ affievolita e al tempo stesso più vivida; la mente è sgombra, e perfettamente in pace col mondo. Una canottiera che sia degna di questo nome non getterà al vento questo stato di grazia, né accamperà come scusa la stanchezza o l’acido lattico, ma ne approfitterà saggiamente per concedersi il più meritato di tutti i premi.
meraviglioso, mi sembra di esserci
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