Master di Rubik

Allora, come va?
Male. Mi aggiusto da una parte e mi rompo dall’altra.
In pratica sei un cubo di Rubik.
Sì. Finisco di sistemare una faccia e le altre cinque sono un disastro.
Hai mai letto Storia di un corpo, di Daniel Pennac?
No.

La vita di un master. Credi, dopo mesi, di aver sistemato quer pasticciaccio brutto de via Dante, la rovinosa caduta in bicicletta coi legamenti rotulanti a valle, quand’ecco cronk, all’improvviso il buio oltre le spalle. Incriccata generale alla schiena. La fai scroccare professionalmente, quand’ecco sbam. La caviglia se ne va per conto suo. La spalla, la pressione, l’artrosi, il polso, la sciatica. La vita di un master è un cubo di Rubik in continuo movimento, spesso decadente, sto movimento. Mentre lo realizzi, ripensi a un nuovo follower su Instagram, un capovoga nel pieno della giovinezza e della carriera. Pensi a quelle foto e vedi la perfezione. E non solo quella. Il corpo di un vogatore, una pazzesca macchina da guerra in grado, ai livelli più alti, di incamerare 6 litri di ossigeno al minuto.
Rubik, con le facce tutte a posto.

Vuoi che ti dica una cosa?
Più lo si analizza, questo corpo moderno, più lo si esibisce, meno esso esiste. Annullato, in misura inversamente proporzionale alla sua esposizione.

Si, Pennac ha ragione, ma tu non puoi parlare con me mentre saltelliamo su e giù dal cubo, pensare al figo su Instagram, prendere una citazione e buttarla lì senza contesto.

Non ho finito!
Di un altro corpo ho tenuto il diario quotidiano; del nostro compagno di viaggio, della nostra macchina per essere.

Grazie eh, ma perdona l’ignoranza, noi qui stiamo soffrendo. Ci stiamo plasmando, cerchiamo di far collimare ogni muscolo al nostro modello ideale, cerchiamo il tempo al remoergometro, la resistenza nella corsa, i capillari del bicipite nel sollevamento. Cerchiamo, in un diario di allenamento quotidiano, qualcosa che spesso non c’è e, mentre lo facciamo, cozziamo contro ogni nostra imperfezione.

Mi lasci concludere?
Prego.

Diario quotidiano è dire troppo; non aspettarti di leggere un diario completo, non si tratta di un resoconto giorno per giorno, semmai sorpresa per sorpresa – il nostro corpo ne è prodigo – dal mio dodicesimo al mio ottantottesimo anno, scandito da lunghi silenzi, vedrai, in quei momenti della vita in cui il nostro corpo si fa dimenticare.

Il nostro corpo ne è prodigio.
Prodigio.
Sei un privilegiato, master di Rubik. Tu che puoi allenarti, scherzare, dimenticarti del tuo corpo, farti male, rimetterti in sesto una caviglia, guardare un tramonto sull’acqua, vedere la luna sorgere sul fiume, rossa di tutte le tue emozioni, godere della libertà di una barca, e di una vita.
Guarda le tue mani, le rughe sul tuo volto. Guarda ogni parte del tuo corpo, che funzioni o meno. Guarda la tua vita e tieni a Memoria che nella storia di questo mondo ci sono tempi e luoghi in cui non è permesso essere riconosciuto come uomo, come donna. Come essere umano.
Sei un privilegiato, master di Rubik, perché a te non serve avere tutte le facce a posto per esistere.

[cit. D. Pennac, Storia di un corpo]

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