Ti Porto Io

A un anno da Bardolino Mon Amour, ho pensato e ripensato a un remake di quel post. Avrei potuto inventare qualsiasi escamotage dalla facile ironia, che qui non manca mai. Avrei potuto sdrammatizzare su tante emozioni, iniziando dalle boe d’ansia di un campionato italiano impegnativo, poi 500 parole sul senso della squadra da riserva di un campionato di fondo, passare per 750 giorni di assenza del campionato indoor – tranquilli, non sono così tanti e tra poco torna anche quello, vi vediamo già scalpitare – e arrivare al traguardo con una neanche tanto velata opinione su cosa significa essere un atleta master nel panorama del canottaggio italiano.
Niente di tutto ciò. Quest’anno ho imparato una sola cosa.
Sentiamo, cos’è?
Ho imparato a dire “Ti porto io”.
Mi porti a spasso? Tiri tu?
E ho imparato a farmi portare.
No, spiega un attimo.
Sai quando sei al remoergometro e stai facendo 18 km?
Eh.
E arrivi al decimo che stai tirando come un cinghiale impazzito, e non ne puoi più, e ti chiedi chi cazzo te l’ha fatto fare?
Eh.
Beh, all’undicesimo ti porto io.
Mi porti tu.
Sì, fino al tredicesimo, quando la mia testa comincia a vacillare e vado in trance guardando la media sul monitor.
E da lì?
Mi porti tu.
Ti porto io.
E sai quando ti si incasina la gamba o la spalla, tanto che non riesci ad allenarti, e passi le giornate in depressione?
Mi porti tu.
Sì. E sai quando sono talmente giù perché non mi funzionano le cose e remare non aiuta?
Lì ti porto io.
Sì. E sai quando…
Lo so. È più facile così?
Facile non lo è mai. Però ho imparato che è infinitamente più bello.
Cosa?
Arrivare in due.

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