Capita a tutti di cadere.
Un archetto chiuso male, un tronco visto all’ultimo, un fatale tentativo di doppia entrata in singolo possono essere tra le cause più comuni del bagnetto nel fiume. Se poi è dicembre inoltrato, il trauma della caduta segnerà ogni passo, mentre prossimo all’ipotermia rincorri gocciolante la barca, in calzini sull’argine. Una volta successo l’archetto verrà controllato due volte, la testa si girerà 10 volte più di prima e la doppia entrata sarà argomento di discussione nelle fredde sere invernali indoor, mentre si passa dal circuito pesi al cubo senza soluzione di continuità.
Capita a tutti di cadere, purtroppo a volte capita che qualcuno decida di farlo altrove, e una volta successo forse spunta una scritta sotto a un ponte della tangenziale: “il coraggio di vivere ora ce l’hai?”
Capita che quella scritta rimanga lì, per anni, affacciata sul Bacchiglione a qualche centinaio di metri dalla nostra sede, e capita che a ogni uscita lo sguardo si alzi a scrutarla, diversa tutte le volte. In certe giornate il punto di domanda finale va e viene, rimanendo incastrato nello sgretolarsi del cemento e nei propri pensieri, in certe altre la frase si ferma prima, lasciando a “il coraggio di vivere ora” il compito di risvegliarci dallo stato passivo a cui ci eravamo lasciati andare.
Per ogni volta che cadi però, capita che qualcosa ti tiri fuori dall’acqua. Qualcosa, o qualcuno. Inaspettata, una barca arriva in aiuto, un gruppo presta soccorso, una squadra si preoccupa di non lasciarti indietro. Ti chiede di issarti a bordo, di metterci forza, in quello che fai; ti fa risalire, fradicio e provato, e tremando torni a mettere le mani sui remi. Certo, avrai bisogno di qualcuno che ti aiuti a portare dentro il singolo, ormai un catino ma ancora intero, avrai bisogno di una doccia calda, di vestiti asciutti.
Ma verdammt, wir leben noch, e il coraggio di vivere ce l’avrai.