L’essere umano, ci insegnano i manuali di psicologia, ha dei bisogni, che si suddividono in primari e secondari; e così anche la canottiera. La soddisfazione dei bisogni primari risulta talvolta, per quest’ultima, più complessa di quanto non appaia. A scelta nell’ordine:
BISOGNO N° 1. Il canottaggio non è uno sport per signore, neanche quello master.
Questo è quello che penso mentre mi addentro nel fitto di un boschetto, canticchiando a mezza voce il lieto ritornello della canzone di Elio. Dai cespugli, come dalla selva oscura di dantesca memoria, sbucano altre anime in pena che, come me, sono in cerca di un po’ di intimità, dopo una fallimentare perlustrazione dei luoghi deputati alla bisogna.
I bagni negli spogliatoi delle trasferte si dividono in due categorie: quelli occupati e quelli intasati. La carta finisce insieme alle batterie degli allievi C, dopodiché ci si pente amaramente di ogni goccia di liquido ingerita a partire dal giorno precedente e ci si ripromette, per le occasioni a venire, di integrare i sali minerali leccandoli direttamente dalla bustina, in modo da limitare al massimo ogni necessità fisiologica. Insomma, la scelta che si pone è tra esplosione e disidratazione. E meno male che stavolta c’è il boschetto.
BISOGNO N° 2. Il canottaggio non è uno sport per signore, no.
Le altre mamme, alle festine dei bambini, si aggirano eteree attorno al tavolo; accettano, solo dopo molti complimenti, qualche tartina simbolica, al massimo un dito di prosecco nel bicchiere di plastica con il nome, mentre chiacchierano dei figli con un sorriso discreto. Io nel mentre sono impegnata a far fuori di nascosto tutto il vassoio dei panini alla nutella, intercalandoli disinvolta con quelli alla mortadella (a costo di scazzottarmi con gli ingordi bambini), e alla fine del pomeriggio ho in corpo più marshmallow di una scolaresca intera. E vogliamo parlare della gioia ineffabile di quando, reduci dei chilometri di fondo della pausa pranzo (che per noi è pausa canottaggio) troviamo nel fondo della cartella di nostro figlio una merenda evidentemente sgradita e perciò morsicata pochissimo?
L’alimentazione della canottiera master meriterebbe un capitolo a sé. Il mio piano nutrizionale, ad esempio, poggia su due pilastri fondamentali: il pranzo, a base di pane secco e/o pandoro avanzato dal Natale precedente, consumato in macchina nel tragitto dal lavoro all’allenamento; la cena del dopo allenamento, a cui è affidata la quota proteica, consistente in una scatoletta di ceci con dentro una scatoletta di tonno. Disponibile anche nella gustosa variante ai fagioli. Unico apporto vegetale: banane come se non ci fosse un domani.
BISOGNO N° 3. Il canottaggio non è uno sport per signore, in effetti.
Mi domando come cavolo sono finita a fare questa gara, in cui ogni altro atleta potrebbe essere anagraficamente figlio mio. Me lo ricordo bene in realtà: volevo una trasferta leggera ma decisamente invitante, che sapesse coniugare il divertimento… insomma avete capito. Ora il mio ruolo nella catena alimentare del canottaggio agonistico è quello creare i presupposti materiali per l’esistenza delle batterie degli equipaggi U23. E’ solo grazie a me e a quelle come me che, tornando a casa alla sera, le atlete vittoriose potranno rispondere senza imbarazzo alla fatidica domanda “ma alla fine, quante eravate?”
Mi sento come un lombrico a cui Madre Natura, nella sua impareggiabile generosità, ha riservato il ruolo meraviglioso e fondamentale di cibo per altri organismi più complessi. Anzi, non mi sento nemmeno come un lombrico, che tutto sommato è un consumatore, per quanto primario, ma più come un organismo autotrofo, una cosa tipo il fitoplancton. Mi assale, improvviso, un moto di comprensione per Giacomo Leopardi e il suo giardino in cui tutto è male, ma lo ricaccio indietro per prepararmi a svolgere con impegno il mio compito di fitoplancton.
Perciò, malamente nascosta dalla portiera del pulmino, tento di fare come Superman nella cabina telefonica: via il pantalone strategico da zia rassicurante, via la maglietta che sottolinea i punti giusti e nasconde quelli sbagliati, mi infilo l’impietoso body, elemento centrale di molti nostri post. Quand’ecco che nella fase intermedia di questa operazione, meno fulminea di quanto vorrei, incontro lo sguardo tra l’allibito e il traumatizzato di un cadetto del pulmino accanto. Suvvia, tesoro, ma la tua mamma non gira mai in mutande per casa? No, eh? Ah, sì, lei è una vera signora… allora ok.
BISOGNO N° 4. Ma guardiamo il lato positivo: il canottaggio non è proprio uno sport per signore.
E così può avvenire che a sorpresa in trasferta si faccia casino con le prenotazioni e ci si trovi un simpatico quanto inaspettato compagno di stanza, rigorosamente di una generazione diversa dalla nostra. A questo punto ci saranno due possibili versioni, entrambe evidentemente false, da proporre rispettivamente al coniuge e alle amiche della canasta.
Con il coniuge – ammesso e non concesso che sia necessario raccontargli la cosa – si dovrà adottare un tono indignato, scaricando la responsabilità dell’evento sulla pessima organizzazione della trasferta, e sottolineando come cosa risaputa la scarsa virilità del fortuito coinquilino. Con le amiche ovviamente i toni saranno completamente diversi e ci si potrà bullare anche per anni, magnificando davanti a un buon tè le superbe doti amatorie del Master A, delle quali siamo – in realtà – completamente all’oscuro.