Leggi di una leva

Il primo articolo di questo blog, luglio 2017, citava mio padre, all’ingenuo inizio del mio percorso in barca: “Gheto finio de spostare acqua co sta candea, che tanto a torna dove che a gera?” [per i non veneti: “Hai finito di spostare l’acqua sotto questo sole, che tanto torna dov’era prima?”]
Mai tanta saggezza venne racchiusa in una battuta di spirito. Perché dopo sei anni, tanti chilometri ma sempre troppo pochi, e qualche remo rotto più tardi, inizi a realizzare che meno sposti l’acqua più strada fai.

In barca è raro sentirsi arrivati (e se capita, è saggio porsi un paio di domande), utopico remare con la scioltezza di non preoccuparsi di nulla. Ci muoviamo all’interno di due fluidi, senza un punto fisso di riferimento, usando dei rimasugli di fisica delle scuole superiori ormai lontane, almeno per alcuni di noi, per ricordarci le leggi di una leva di secondo genere: dove sta il fulcro, sullo scalmo o in acqua? Dove fai leva nel tuo eterno peregrinare? La domanda mi devasta, direbbe Michele Rech, in arte Zerocalcare.
Durante quei circa 100 gradi di settore in cui ci spostiamo dall’attacco al finale, la pala è la parte più ferma di tutto il sistema. Si muove davvero di poco, se siamo bravetti scorre di alcuni centimetri comprimendo rapidamente l’acqua e creando l’affascinante gorgo, che in un quattro di coppia se non ne vedi otto inizi a dar la caccia al cinghiale morente.

Chissà che avremmo risposto, qualche decennio fa, se ci avessero chiesto di fare perno su un liquido. Eppure ci bastano un paio di remi e milioni di ore di allenamento per arrivare tranquillamente a non capirci ancora una tenca.

Perché quello che facciamo fatica a capire è che non puoi opporti all’acqua, non puoi combattere contro la corrente. Devi adattarti a ciò che trovi, lasciar scorrere ciò che è liquido sotto il tuo scafo e dentro i tuoi pensieri. Per andare avanti proseguendo all’indietro occorre imparare un gesto rapido, crudele nella sua difficoltà. Occorre interiorizzarla, farla propria, quella sensazione per cui a ogni colpo non si va a spostare l’acqua con la pala, ma a fare perno in essa per poter scivolare via di quei 10 metri alla volta.

Canottiere e canottieri di ogni ordine e grado, forse è il momento di realizzare che fare perno in acqua è lo stile che abbiamo scelto e che ci contraddistingue: un eterno peregrinare verso il miglioramento, non della realtà fluida in cui siamo immersi in quanto tale, ma del nostro modo di accoglierla, di accarezzarla, di muoverci in essa, di attaccare quando è il momento e di lasciar andare via le mani al finale di ogni giornata. Almeno con il pensiero, è bello immaginare di arrivare a tanto.
E se un giorno riuscissimo a sentirlo anche in barca, sai che figata di Campionati Italiani?

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