Ovvero l’angolo morto, l’angolo cieco.
Una porzione di spazio e di tempo in cui l’occhio non arriva. Può essere fatto di pochi gradi nei 360 dell’angolo giro, o di pochi decimi nel minuto secondo del finale di palata, resta il fatto che come la metti, una volta ogni tanto l’angolo morto ti frega.
Ti fa spezzare i remi contro un ostacolo non avvistato, ti fa cozzare la prua contro un pilone del solito ponte, che mica l’hanno spostato, è sempre rimasto dov’era e com’era. Ti fa perdere il contatto con l’avversario quando ti supera, ti fa mal gestire la direzione nonostante le boe, che a mezzogiorno con sole e vento contro mica le vedi, dove stanno.
L’angolo morto per chi rema all’indietro fa parte del gioco, ti tocca accettarlo così com’è e puoi solo imparare a curare i sintomi a mano a mano che si presentano, a gestirli col tempo e con l’esperienza. Ti puoi girare più spesso a destra e a sinistra, puoi memorizzare quell’ansa da cui molte volte arriva altra gente all’indietro come te che taglia la curva, puoi imparare ad ascoltare il rumore dei tuoi scalmi e saper distinguere lo scialacquio di remi imminenti, che non siano i tuoi. Tutti sintomi che attivano i sensi e allenano la mente.
Ma girarsi troppo fa cadere la barca di qua e di là, prendere troppo larga una curva può farti andare a caccia di bruscandoli in riva, buoni per il risotto, e ascoltare solo gli scalmi può farti entrare in una trance pericolosissima. Serve trovare una via di mezzo e serve allenarla: una linea sottile quanto determinante, il sintomo più carogna di tutti quanti. Il mio Blind Side è lì, paradossalmente ben visibile, ed è la consapevolezza, la fiducia in se stessi.
Sono consapevole di quanti metri percorra il singolo nelle tre palate in cui non mi giro? Sono consapevole di quanto mi stia spostando la corrente dal mio obiettivo? Ho fiducia in chi sono quando remo? Sono consapevole dei limiti che posso superare oggi? Ho fiducia nelle mie capacità, nella mia forza? So fare la mia gara? So dare tutto?
Grazia e Graziella, posso girarmi a destra e a sinistra, posso memorizzare il percorso, ma ancora non ho mappe valide che mi dicano come passare dalla Contea a Mordor senza farmi inseguire dai Nazgûl o farmi sgozzare dagli Uruk-hai.
Ecco, dall’esperienza fin qui so che la Compagnia non è perfetta, ma ognuno fa la sua parte e fin dove si può ci si aiuta, so che Gollum è un doppiogiochista più sdoppiato del mio cervello in pre-gara, poi che altro c’è… ecco, Aragorn è figo e potremmo farci i santini come quello di Rosetti all’ingresso della Canottieri Ravenna – prega per noi – ma non possiamo distrarci un attimo che boom.
L’ennesimo angolo morto.
La testa si vuole eclissare, ti fa credere di non saper mettere in fila due palate decenti, e per un momento lasci che il pensiero ti invada. L’angolo morto da acuto diventa ottuso e in effetti non metti più in fila due palate decenti anche se lo sai fare. Incredibile dove ti può portare un pensiero fugace, alimentato da anni di piccoli angoli morti. Ma è tardi, hai infilato l’Anello, l’Occhio di Sauron ti vede nel buio e tanti saluti alla Terra di Mezzo.
Il canottaggio può essere un piacere, può essere uno sport durissimo, può essere una lezione di vita. Perché a volte, anche se entriamo senza volerlo nel Blind Side, nel Sottosopra, nella mente di Sauron o in quella di Voldemort, dovremmo allenarci a dire solo una cosa a noi stessi.
Un’unica cosa, semplice, iconica, luminosa, leggendaria.
TU.
NON.
PUOI.
PASSARE.
Mi fai piangere mi fai
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