Siamo ormai giunti al termine di questo gajardissimo Campionato Italiano di Fondo, e con San Giorgio di Nogaro si pensava di chiudere il 2018. E perché tanta fretta? Quest’anno la chiusura sarà a Chianciano, con il Campionato Indoor dell’attrezzo che tanto amiamo. Tanto. Ma cosa c’è dietro alla preparazione per tutte queste gare? C’è chi dice che le gare si vincono d’inverno, quando il sole tramonta, quando il fiume è off limits, quando solo un duro allenamento può riempire le nostre serate di master. Un duro allenamento e delle tappe intermedie per valutarne la qualità: i test.
Test
/tèst/ sostantivo – prova al remoergometro atta a saggiare, mediante plurime reazioni, forza, capacità e resistenza, fisiche e mentali, dell’atleta master sulla breve o lunga distanza. Si registrano, nel corso della stagione invernale, tre reazioni psicologiche primarie:
1. Ansia. Il soggetto esprime insofferenza nella fase di attesa del giorno, incognito, in cui gli verrà chiesto di eseguire tale performance. Il pensiero è tutto rivolto all’anticipazione di un dolore già noto, e alla preoccupazione di dover riassemblare e implementare tutte le condizioni del test precedente: uso del medesimo calzino, break pomeridiano con lo stesso panino alla bresaola, drag factor condizionato dall’assunzione o meno di latticini nel corso della giornata.
2. Indifferenza. Tale master vive i mesi invernali nel tentativo di scrollarsi di dosso la reazione al punto 1. Riesce, talvolta, a mentire a se stesso affermando che tutto sommato un tempo al remoergometro non vuol dire un cazzo, ma sotto sotto trascorrerà intere settimane studiando strategie e tattiche di tiro, punti di allungo, pensieri positivi da richiamare alla mente nei momenti più critici, che neanche l’Expecto Patronum di Harry Potter.
3. Pessimismo. Distruttiva e pericolosa al limite del funereo, questa reazione è difficilmente sradicabile dal master in questione, portatore sano riconoscibile dallo sguardo d’ingresso in sala vasche. Il soggetto, certo di non potersi migliorare su tempi e prestazione, né di poter sopportare tale ondata di dolore, si sbraccia attirando l’attenzione di altri master, per poi fagocitarli nel proprio tunnel privo di qualsivoglia luce d’uscita. Da evitare come la peste.
Si possono catalogare inoltre alcune tra le più comuni reazioni fisiche primarie:
1. Chi scende morto. Tale master ha raggiunto livelli importanti nello sviluppo del proprio masochismo. Innato o frutto dell’esperienza, codesto sentimento lo porta a tirare come non ci fosse un domani, pur sapendo che l’indomani ha la sveglia alle 5 e 400 km da fare per portare a casa la pagnotta. Si hanno testimonianze sia della forma lieve che di quella più virulenta. Attualmente non si conoscono rimedi.
2. Chi scende fresco. Si può individuare questo esemplare in una specifica fascia di inesperienza nel raggiungimento della soglia del dolore. Una volta sceso guarda con estrema diffidenza il master al punto 1 e giura a se stesso di non arrivare mai ad avere una faccia così sfigurata. Puntualmente cazziato dall’allenatore perché “ne avevi ancora, fatto così non serve a niente”, si ritira nei propri alloggi giustificandosi con l’amico immaginario e confessandogli che ha anche una vita. Cosa, peraltro, non ancora provata.
3. Chi non scende. Solo il master più ardito può vantarsi di aver raggiunto l’ultimo livello, il game over, il kaputt del test più spinto: lo svarione. Si presenta sotto svariate forme, dall’annebbiamento della vista al giramento della sala vasche, al buio del ventre materno in cui ci si immagina quando il 2.18 del colpo mollato si trasforma nell’1.49 del colpo di rinforzo. Impossibile descrivere il seguito. D’altronde, nessuno è mai tornato indietro per raccontarcelo.