“Ragazzi oggi singolo, muoversi”
A testa vuota metto la barca sui cavalletti, controllo la pedaliera. Il Vice arriva con dei pezzi di corda spessi 2 cm e ne lega uno sotto ad ogni scafo. A quanto pare, per il primo allenamento post-gare, la variante sarà interessante. Che culo.
“E non lamentatevi, agli agonisti fanno fare allenamento con un secchio legato sotto la barca. Curare bene la tecnica, mi raccomando”
Nessuno apre bocca. Scendo sul pontile, lascio le scarpe, ci appallottolo dentro i pensieri di tutto un anno, ed esco. Braccia, braccia e schiena, mezzo carrello, carrello. La corda si fa sentire fin da subito, prepotente, protagonista, lei e quello sciabordio che provoca ad ogni spinta di gambe.
Un’afa tremenda, si respira acqua ad ogni palata. La vedo dura ma non demordo: se stasera mi hanno tirato il freno a mano, a qualcosa servirà, no?
Arriviamo al punto prestabilito del bacino, ci giriamo per il rientro. Il Vice accosta.
“Sensazioni?”
Come dire… la morte? Oltre a un certo non so che nel controllo della schiena, della palata… La morte, insomma.
“Bene, togliete la corda”.
Mi allungo, sciolgo il grosso nodo e traggo la cima in barca.
E dopo qualche istante riparto.
Come passare da un canoino a un Filippi da paura.
O vedere il tuo film su un 50 pollici, dopo che l’hai visto sullo schermo del cellulare.
O trovare il titolo di una canzone, dopo 8 anni che lo cercavi invano.
O sciogliere il nodo, dopo mesi in cui una corda ha frenato la leggerezza.
Dura mille, duemila metri, poi la magia a poco a poco si appanna e la barca torna ad essere quasi la solita barca.
Ma la sensazione. Quella rimane fino a dentro, fino a casa, fino a quando appoggio la testa sul cuscino e penso ai remi che non toccano l’acqua, al sorriso che ho sentito dentro, alla voglia di ripartire appena dopo il finale. Alla barca, la stessa di sempre, e al suo portarmi di cuore a un passo leggero.
Niente da fare, inutile stare distanti.
Sciolto il nodo, si rema di nuovo.