mammaster [mam-mà-ster] s.f.: canottiera over 27 provvista di prole più o meno numerosa, di età variabile (che può essere master/mammaster a sua volta).
Gli obiettivi della mammaster sono due: essere una madre sufficientemente buona, essere una canottiera sufficientemente buona. Il problema è che cerca di perseguirli in contemporanea, ottimizzando ogni nanosecondo e infilando perciò una cappella via l’altra, dato che il concetto di multitasking è solo una leggenda metropolitana, reale come i coccodrilli nelle fogne di New York. Basta l’abbinamento di un solo figlio, anche ultraventenne, con un solo allenamento settimanale, per far vivere la mammaster in balia di un gigantesco senso di colpa, che si sviluppa in due direzioni: verso la prole, indegnamente trascurata per il canottaggio, e verso il canottaggio, indegnamente trascurato per i figli*.
Per questa ragione la mammaster porta i figli al corso di nuoto in una piscina selezionata solo perché di fianco c’è una palestra, e in questa palestra c’è un remoergometro; cerca di fare 10 km in 30 minuti non per ambizione sportiva, ma perché il tempo è quello. Si ripresenta a prendere la creatura in ritardo, con l’ascella pezzata, senza stretching né doccia e la trova che piange sconsolata tra le braccia del maestro, un adolescente spalluto e ancora più sconsolato. Cerca di recuperare punti con un diseducativo ma sempre efficace ovetto Kinder, procede al lavaggio e alla vestizione in modo molto approssimativo ed esce dalla piscina tra gli sguardi di riprovazione delle altre madri, del maestro di nuoto e del personale, fingendo di essere la baby sitter.
La mammaster, per non sprecare tempo, si lava solo se fa allenamento, in modo tale da avere la scusa per potersi allenare un numero decente di volte a settimana; in compenso in spogliatoio può finalmente vivere momenti di piacere squisito, godendosi interi minuti di doccia senza che nessuno fuori abbia necessità improrogabili, come trovare Black Spiderman che si è suicidato nella scatola dei giochi montessoriani. E finita la doccia si imbosca a tempo indeterminato in spogliatoio per darsi la crema.
La mammaster in barca fa allenamenti brevissimi: salta un certo numero di serie, diverse ripetizioni, e tutti i riposi. In questo modo tra gli scatti e 6 km massimali la differenza sta solo nella definizione e nel giorno in cui li fa.
La mammaster si addormenta dappertutto: mentre lavora, mentre spiega ai figli le addizioni in colonna o le integrali, mentre butta in lavatrice completini per calciatori minuscoli o per rugbisti giganteschi, insieme a paraspruzzi algosi; poi va a letto e non riesce più a dormire perché pensa alla strategia da adottare nella gara successiva; e allora scrive filastrocche deliranti che parlano di coniglietti in fin di vita.
La mammaster ha sempre fame, e spera che i figli non finiscano la merenda, per poterla mangiare lei; poi li porta in gelateria, sperando che lascino lì anche il gelato. La mammaster finge di ascoltare le altre mamme che parlano delle maestre, dei compiti e della dermatite atopica e nel frattempo pensa con preoccupazione ai 10 da 1500 al remoergometro.
Insomma, la mammaster può sembrare un disastro totale, ma le sue prestazioni dimostrano inconfutabilmente che remare con i sensi di colpa porta a risultati fantastici.
E che la mammaster è sempre la mammaster.
*Avvertenza: quanto affermato si riferisce essenzialmente alla mam-ma-ster mediterranea, in particolare italiana: in tutto il nord Europa la mam-ma-ster è semplicemente una canottiera che ha anche dei figli. Questi figli si possono vedere negli spogliatoi più lerci, mentre sguazzano a piedi nudi sotto lo sguardo sereno delle madri. E stanno benissimo tutti quanti.
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