Oh my life is changing everyday, in every possible way.
And oh my dreams, it’s never quite as it seems, never quite as it seems.
La dolce voce irlandese di una cantante che se ne è andata troppo presto – perché è sempre troppo presto – accompagna i miei passi nel sole basso di un pomeriggio come altri. È una versione acustica, fatta di violini e ricordi lontani, e aver appena messo via il 2x nella rimessa non aiuta a camminare distaccati quel tanto da trattenere una lacrima.
Perché come a ogni gara partiamo, fatichiamo, fatichiamo tanto, c’è chi ha una barca migliore, chi ha migliori possibilità, tentiamo di fare del nostro meglio a ogni palata, quasi sempre non vediamo dove andiamo. Qualcuno si arrende, qualche altro cade, perché forse quel vento forte non ha lasciato scampo, qualcuno va storto ma ce la fa.
Alla fine ciò che conta è come hai fatto la tua gara, se hai dato tutto, se hai ripagato al meglio la possibilità di poter vogare fino in fondo, con il numero d’acqua che ti hanno assegnato. È la vita che hai imparato.
Tutto bene?
Più o meno…
Se ti vedesse adesso, tua nonna sarebbe fiera di te.
Dici?
Sì. Però ti direbbe di tenere la schiena dritta.
In barca?
Anche fuori. E le spalle rilassate.
La verità è che questo fiume, questa terra è tutto ciò che conosciamo: ognuno di noi ha guardato, guarda o guarderà lo stesso cielo, e ogni particella che ci compone è stata, è e sarà parte di questo mondo. Da sempre e per sempre.
E allora ringraziamo per questa barca, questo fiume, per questa fatica che abbiamo la possibilità di fare giorno dopo giorno, e se arrivare al traguardo sarà un po’ come morire, l’avremo fatto bene.
Alla fine di questo post il sole è dietro l’argine, il locale in cui mi sono accampata si è animato di vita e tra poco arriverà la migliore squadra che un master possa desiderare, pronta per l’allenamento della sera.