“Ma tu porti via la maglietta degli europei?”
“Si”
“E quella delle nazionali?”
“Certo! Ricordiamoci chi siamo!”
In mezzo alla confusione del giorno della partenza, in mezzo all’ansia di dimenticare qualcosa a casa – fosse mai la testa – basta un messaggio a far scattare quell’interruttore interno che credevi di non trovare più, neanche a tastoni nel buio.
Ricordiamoci chi siamo, signore e signori, senza vergogna e senza boria, perché sulla strada per un mondiale c’è chi affronta le proprie paure, le proprie ossessioni, c’è chi trova pace, sfide o semplicemente la voglia di stare, o ancora meglio c’è chi viene infilato a forza in una barca lunga dopo pochi mesi di remo e, contro ogni aspettativa, ci si accoccola dentro, come una coperta calda dopo un endurance a novembre. C’è chi corona un sogno senza pretese, ma pur sempre un sogno, c’è chi punta in alto e chi a tagliare il traguardo “belle da vedere”, che equivale a fare del proprio meglio sempre e comunque.
C’è chi si fa un mazzo così per dare a tutti l’opportunità di esserci, senza scartare nessuno perché tutti hanno qualcosa da dare, c’è chi sembra l’ultimo degli ultimi e non lo sarà mai, c’è chi traina il carrello delle barche e chi sostiene da lontano. C’è chi non crede in quello che sta facendo – non ancora, ma c’è chi crede in lei, in lui – e chi sta dando l’anima. C’è il prodiere, il timoniere, il capovoga, la sala macchine, il singolista, il pari e il dispari, c’è l’allenatore e il suo secondo. C’è chi sta male ma non si tira indietro, c’è chi ha vinto in passato, nella vita o nelle gare, e chi non ha vinto mai niente ma continua a sorridere.
C’è un respiro solo a passo gara, che se lo trovi sai che andrà tutto bene.
Ricordiamoci chi siamo, e andrà tutto bene.