Devo ricordarmi di ringraziare Christine quando torniamo, è stata un’ottima idea, anche se non credevo facesse tutto questo caldo. Il vestito blu di Liz si muove morbido e ritmato qualche passo avanti a me. Dopo trentacinque anni è ancora bellissimo.
Lei è ancora bellissima.
Averla portata qui mi fa sentire degno, di tutto quanto.
Si ferma, alza la testa nella luce tra i portici. Lo sapevi, Lizzie? Ci sono quasi sette miglia e mezzo di portici a Padova, è la seconda città con più portici al mondo rispetto alle strade. Mentre glielo dico lei sorride, e in quell’istante scatto. Sento il suono dell’otturatore che si apre e si chiude, il suo viso snello si gira sorpreso e imbarazzato. La prendo per mano e continuiamo a camminare.
Uno scorcio dietro l’altro, secoli ammucchiati tra le strette vie, case e pietre dormienti, le chiese, gli alberi, le piazze. Arriviamo a una fermata dell’autobus appena in tempo. Il bus riparte e noi con lui.
Tesoro, credo stia andando nella direzione sbagliata.
Mi guardo intorno. Ha ragione, ci stiamo allontanando.
Scendiamo. Proseguiamo a piedi, non importa verso dove.
Accanto a noi c’è l’argine, il fiume.
È l’una del pomeriggio e la calura è quasi insopportabile. Liz mette un cappellino, io tolgo la maglietta, tanto non c’è quasi nessuno in giro. Quasi, perché dall’altra parte del bacino, dritta come un fuso arriva una voce, no aspetta, sono due.
Joe, guarda!
Lei ci vede meglio da lontano, ma dopo qualche istante la vedo anch’io, quella barca.
Un 8+ avanza, i suoi 58 piedi di lunghezza sferzano l’acqua mentre un uomo su una barca a motore lo segue. Sull’ammiraglia otto donne e un timoniere stanno procedendo a ritmo serrato, Liz si ferma sull’argine, io abbraccio la fotocamera e attendo lo scatto perfetto, osservando l’avanzare della prua.
Il timoniere urla qualcosa che non capisco, le donne aumentano i colpi in acqua. Le seguo attraverso il teleobiettivo, sono sfiancate ma non mollano, non ancora. Ancora una palata, ancora un’altra.
Muovo l’occhio dal mirino, vedo il loro traguardo arrivare, la pallina della prua sta entrando nella mia inquadratura. Una leggera folata contro, i lunghi capelli sfocati di Liz vanno a riempire il terzo superiore, l’otto femminile entra nel terzo inferiore.
Eccolo, è arrivato.
L’equipaggio crolla sui remi, sfinito. All’ordine del timoniere le donne si ricompongono, la barca gira insieme agli occhi verdi di Lizzie, sto per scattare ancora quando dalla barca giungono degli schiamazzi.
Stanno chiamando me, mi rivolgono la parola in italiano, forse non hanno gradito la foto, ma sembra un tono più canzonatorio che infastidito, sorridono, anzi no. Ridono proprio.
All’improvviso capisco cosa prova una donna davanti a una camionetta di militari al semaforo, mi imbarazzo e tento di nascondermi dietro il mirino.
Come trentacinque anni fa, con un’altra barca.
“E allora Joe, cos’è, dobbiamo vincere i mondiali perché tu ti decida a uscire con Lizzie?”
“Basta far foto, Joe, prendi un remo e vieni a spellarti le mani!”
Risate.
In un paese lontano, sulle sponde di un altro fiume, guardo il vestito blu che indossavi quella sera.
Solo tu potevi essere il timoniere della mia vita, Liz.
Ed io il vogatore della tua.