Le mani.
Se siete arrivati su questo blog e state continuando a leggere, significa con ogni probabilità che anche voi siete affetti dalla malattia del canottaggio e non sarà quindi il caso di diffondersi in descrizioni splatter di come si riducono le mani già a partire dal secondo allenamento e degli atroci dolori che provocano i calli verso la fine della seduta, quando cominciano ad arrotolarsi su se stessi.
Sono le stesse mani che in questo momento fate scorrere sullo schermo dello smartphone per mandare avanti il testo, e anche questo minimo movimento vi sta causando un certo dolore, anche se cercate di fare con cautela, per non far sgocciolare sul prezioso apparecchio le vesciche più recenti.
Sono le stesse mani che osservano i vostri amici estranei a questo sport, mentre esitanti vi chiedono: “Ma non puoi usare dei guanti?”
No. Le mani devono essere libere di toccare il remo, di trasmettere e di ricevere arte, forza, equilibrio, correzioni e imprecazioni di varia natura, solitamente in ordine inverso a quello indicato.
Gran parte del tempo libero della canottiera trascorre nell’immortalare i propri calli e postarli con orgoglio su facebook, forse nella convinzione, non si sa quanto fondata, che i calli vengano considerati attraenti dalla popolazione maschile. Contro ogni aspettativa razionale, questo è abbastanza vero – almeno fino a che non cercherete distrattamente di staccarveli con i denti durante un primo appuntamento.
E infine la testa.
Capace di mandare in fumo in un attimo una preparazione puntigliosa, senza punti deboli, ma anche di trasformare una signora con gli occhiali da vicino in un animale da combattimento, la testa dovrebbe essere lì, da qualche parte sopra al collo, a invocare una lapide a forma di barca per commemorare le proprie gesta dopo i 4×1000 massimali. Invece quasi sempre si oppone e se ne va, dice che non arriva ossigeno a sufficienza, che tutti i ragionamenti era meglio farli prima per poterseli trovare pronti al momento del bisogno, che abbiamo sottovalutato abilità di base come leggere l’orologio o contare fino a trenta, che non l’avevamo avvertita per tempo. Appena può tradisce il corpo e quando sente l’acido lattico ti fa paccare il colpo in acqua a scapito delle gambe delle tue compagne. Tradisce quando vede che mancano cento metri e continua a chiederti chi te l’ha fatto fare. Tradisce quando ti mette a paragone con tutti gli altri e ti convince che non vali niente, che tu abbia il culo sul carrello del remoergometro, della tua barca o della tua vita.
Non c’è niente da fare, la testa va addomesticata come la più comune di tutte le volpi e in seguito accudita come la più speciale di tutte le rose, le va insegnato tutto da capo fino a quando capirà di poter fare ciò che credeva impossibile, perché lo sta già facendo.
E una volta arrivata lì, a quel punto, allora cominceremo a remare.
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