Ci sono giorni in cui il fiume è lontano, la barca è un miraggio attraversato da ondate di calore e impegni irremovibili, e l’allenamento è l’unico tramite terreno per chiedere all’Onnipotente la grazia di una mens sana in corpore sano. Non avendo alternative si opta dunque per un’ora secca di corsa mattutina fuori dall’incubo dei 40° previsti per oggi.
Ore 05.30.
Già ci vediamo nell’Olimpo.
Poi con riluttanza smettiamo il plurale maiestatis ed esco.
Di secco c’è ben poco. Umidità al 90% e 26° centigradi.
Mi guardo intorno e comincio con un po’ di riscaldamento sotto il cielo orlato di un’afa rosa che il merletto della mia prozia scànsati. Dopo i primi due chilometri intrisi di self-control e di occhi a diamante in modalità “La vita è meravigliosa”, la mente comincia a cercare un ritmo per non pensare, ed è subito Borneo. Liane di ragionamenti e citazioni classiche cozzano contro alcune liriche ancestrali del famoso poeta pugliese Mino Pausa, unico poeta ad essere maledetto dopo aver letto le sue poesie. Mi accorgo che tutto ciò è intervallato da un respiro inaspettatamente regolare, per essere sott’acqua. Sembra quasi di farcela.
Al quarto chilometro ci meritiamo dieci secondi di fontanella accompagnata dall’eloquente seppur lapidario “Non potabile” che in gergo sportivo significa “Chi vuol esser lieto sia: di doman non c’è certezza”. Le canottiere sanno che dopo una boccata d’acqua di fiume è tutto in discesa.
Al sesto chilometro di foresta equatoriale spunta la voce di Freddie nel suo mamaaaaaaa uuuuuuhhhhh I don’t wanna die, pioggia nei polmoni e dentro me, it’s the final countdown, De André con la morte che verrà all’improvviso e i Baustelle con Amanda Lear.
Tutta gente che aiuta.
Concentriamoci, respiriamo. Quando spunterà il sole sul mio orizzonte degli eventi, scatenando geyser di follia in modalità Armageddon, solo allora ci preoccuperemo. Noi.
Eccappunto. In mezzo all’ottavo chilometro, tra un cane troppo sciolto per incazzarsi al mio passaggio e una bestia non meglio definita che pascola oltre la siepe spunta la palla arancione.
Gambe avanti.
Le gambe non tradiscono mai, la mente invece cerca sempre il sotterfugio per fermare l’harakiri ma di fronte a tanta solerzia stavolta soccombe. Stanno vincendo loro, le figlie segrete di Carla Fracci e The Rock.
– Ragazze non montatevi i quadricipiti, è solo un’ora di corsa.
– Si, ma facciamo finta di essere belle da vedere.
– Ok, ma tranquille.
Il decimo e ultimo chilometro evoca le gemelle Grady in fondo al corridoio delle tue paure mentre ti chiedono di giocare con loro.
No. Non è solo un’ora di corsa. In quel momento ordinario di una vita ordinaria mandi a fanculo le gemelle, Shining, i maratoneti e il Borneo.
Allunghi.
E anche se alla fine erano 9 chilometri e mezzo, vinci tutto.