Una barca tutta per sé

Ho visto pochi giorni fa, su un podio mondiale le compagne giovani di spogliatoio.
Conosco il loro impegno, la loro tenacia: sfilano ogni giorno davanti ai miei occhi con le loro palate meticolose, una identica all’altra, perfette; con i loro occhi seri, i loro sorrisi splendenti.
Usiamo spesso, parlando di canottaggio, la parola sacrificio: il canottaggio è lo sport duro, degli umili, dei tenaci. I canottieri sono le formiche operaie del mondo sportivo, con l’aggravante che per remare non bastano una palla e un cortile, che le barche sono una risorsa preziosa e soprattutto limitata. Non è sufficiente allenarsi con impegno perché non ci può essere un carrello per tutti: il sacrificio è inevitabile, perché eccellere è un requisito di partenza, non solo per vincere, ma anche semplicemente per potersi allenare.
E però proprio questa parola, sacrificio, non mi convince del tutto. Mi fa venire in mente immagini un poco trite, un poco melense e no, il canottaggio non si può ridurre a questo.
Qualcuno potrebbe osservare che il mio canottaggio è ai margini, è quello dei reietti, e non andrebbe lontano dal vero: facciamo i 1000 metri perché per i 2000 ci vorrebbe un’unità coronarica nelle vicinanze; li facciamo in tempi ridicoli, spesso, troppo spesso contro pochi avversari affetti come noi da reumatismi e sciatalgie; e nonostante questo, ogni volta che non arrivo ultima rivolgo un pensiero grato a tutta la Sacra Famiglia. Che schifo i master – ho sentito spesso dire durante la mia breve carriera da agonista, tutta vissuta quando avevo ampiamente l’età per essere master e timidamente suggerivo che forse sarebbe stato più equo gareggiare con gente della mia età e con il mio livello di allenamento.
Non rimpiango quel periodo, no davvero. Il mio canottaggio è, dall’inizio alla fine, una festa, e alla parola sacrificio sostituisco, senza pensarci un attimo, la parola passione.
Tutte le volte che sto in mezzo a un fiume in bilico su una barca e sento silenzio intorno a me e quell’equilibrio magico che solo io ho creato, tutto è, per un attimo, ordine e bellezza. In modo un po’ precario, certo, e con diverse imperfezioni: ma chi non sa che la vera bellezza è piena di imperfezioni?
In quel momento ogni cosa mi giunge solo da lontano, il mondo fuori è sospeso, ed io ho già vinto tutte le gare del mondo.
Il canottaggio è il luogo in cui ogni giorno mi riapproprio del mio tempo, regalato o venduto ad altri, per tutto il giorno; del mio corpo, in cui ogni linea è stata cambiata da ciò che ho vissuto fino ad essere irriconoscibile anche per me; della mia vita, da cui tutti hanno preso e prendono qualcosa. È uno stato di grazia in cui posso tornare ad essere ciò che ero una volta, con quel qualcosa in più che proviene da una conoscenza più adulta.
Il canottaggio è una festa, che vivo insieme a chi mi sta veramente vicino, nella fatica di una gara in cui si vince o si perde sempre insieme; o nella fatica della vita di tutti i giorni, quando tutti quelli che mi vogliono bene rinunciano a qualcosa di me perché io possa strappare alla quotidianità qualche mezz’ora, preziosissima, per potermi allenare.
Con un po’ di presunzione auguro che un giorno, il più tardi possibile, dopo essersi messe al collo le medaglie più importanti e aver realizzato gli altri obiettivi della vita e dopo essersi riposate un po’ (un bel po’), questa festa arrivi anche per Stefania, Asja, Alessandra e per tutte le altre, divinità irraggiungibili che ogni giorno, aggiungendo grazia e bellezza alla fatica di ogni palata ci insegnano la strada per i nostri sogni: per loro, che ci danno un esempio non di noioso sacrificio, ma di scintillante passione.

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