“Gheto finio de spostare acqua co sta candea,
che tanto a torna dove che a gera?”
Poesia.
Le parole di mio padre risuonano come pura poesia all’ombra di un salice piangente.
Imito le sue fronde e accarezzo il bacino del Bacchiglione con le mani, annaspando nell’aria impregnata d’afa. Certo che per essere candela è candela. Torno a remare, il respiro rimane imprigionato in una frazione di secondo tra i polmoni compressi in attacco e le pale che vanno a riprendere l’acqua lasciata a scorrere nel finale precedente.
Azzardo una parvenza di controllo sul mio finale, per un attimo sento il singolo scivolare via di un’eleganza nuova, alla palata seguente manco di sincronia e si pianta di nuovo.
“L’importante è avere una bella sensazione”
Due secondi di bella sensazione anche oggi. Una conquista.
Spingo di gambe, il carrello arretra. Una goccia di sudore scende in mezzo alla schiena sotto al body, seguendo la strada già tracciata dalle compagne. Nel canottaggio anche loro cercano di sincronizzarsi come possono, forse un riflesso insito nella loro natura, forse adattato al mutare dell’esistenza umana della loro ospite: trent’anni di vita sedentaria seguiti da 11 mesi e 29 giorni di dolore.
Dolore sì, temprato, distribuito su ogni fibra di ogni muscolo finché il corpo si abitua a un continuo maltrattamento, lo riconosce, ne trova beneficio, ne sente la mancanza quando glielo togli all’improvviso.
“Mi vieni a trovare in montagna un giorno? Se vieni, andiamo a correre insieme!”
La mia compagna di barca è in ferie e non vede l’ora di fare fatica insieme a me.
E io con lei.